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Small talk tra amici e/o conoscenti:

Chiara: “Mi sa che non faccio in tempo a prendere un caffè al volo oggi, alle 10 devo passare in farmacia e alle 10.15 ho un appuntamento dalla mia psicologa.”
Marco: “Ah. Dalla psicologa?”
Chiara: “Sì, dalla psicologa.”
Marco: “Oddio, mi dispiace! Ma stai bene? Di testa, dico?”


Quante volte siete stati nella situazione di Chiara e quante volte avete avuto lo stesso pensiero di Marco, magari ignorando che il vostro tatto è pari a quello di un elefante in un negozio di ceramiche e sciorinando le vostre opinioni e le vostre domande inadeguate senza pensarci due volte? Non vi preoccupate, è un sintomo comune. Se ti rompi un braccio, sbatti la testa o ti sloghi una caviglia, vai in ospedale per farti curare. Il personale sanitario ti medica, nei casi più estremi viene eseguita un’operazione e ricevi dei medicinali per placare il dolore o per tranquillizzarti. Nessuno metterebbe in discussione questa procedura perché il danno è visibile, il sangue cola a fiotti, gli ematomi si allargano e cambiano colore, il dolore è palpabile, lo si legge negli occhi, lo si vede chiaramente sulla pelle o lo si percepisce nell’eco delle urla delle corsie degli ospedali.
Quando il dolore è restio a mostrarsi a occhi estranei all’involucro di pelle, organi, pensieri, vestiti e ricordi che lo contengono, è più improbabile che venga preso sul serio.

Quante volte ti viene detto: “Ma come fai a essere così triste e apatica, hai tutto!”, “Perché non esci un po’ invece di stare sempre chiusa nella tua stanza?”, “Certo che se sei sempre così non mi stupisce che tu sia sola così spesso!”, “Ma cosa vuoi che sia? Esci e ti passa.” Eppure, nonostante tu provi a fare una passeggiata, a farti una doccia, ad ascoltare il tuo disco preferito, niente cambia. Certo, è vero che l’aria fresca aiuta e che l’esercizio fisico aiuta a prevenire la depressione, ma è anche vero che la realtà, molto spesso, è un guazzabuglio di dinamiche imprecise, esperienze negative e paura del futuro difficile da districare.

Questa sono io a 18 anni, durante un concorso di bellezza della mia regione a cui, con il senno di poi, non parteciperei mai più. Naturalmente si vede che sono io, ma ci sono tantissime differenze che saltano all’occhio: all’epoca i miei capelli dovevano essere rigorosamente lunghi e ben acconciati, il trucco era quasi sempre troppo pesante perché piuttosto di uscire di casa acqua e sapone avrei limonato con Malgioglio e i reggiseni push up erano un pezzo immancabile del mio armadio dell’epoca. Di fondo, ero terribilmente insicura.
Postavo innumerevoli selfie e fotografie ammiccanti per attirare like e gli apprezzamenti erano maschili mi crogiolavo in queste botte di autostima virtuali per ore.
Lo facevo per compensare un malessere di fondo che, per molti anni, è stato la causa di terribili gelosie, scenate alquanto raccapriccianti e pensieri che non svelerei neanche alla mia analista.

Vi faccio un esempio. Ho passato anni a sprecare tempo prezioso detestando con ogni fibra del mio corpo le ex dei miei fidanzati. Ma non si trattava soltanto un’antipatia superficiale, qui stiamo parlando di un odio atavico: io e le ex del mio ragazzo eravamo come il Kosovo e la Serbia, come Jennifer Aniston e Angelina Jolie (io volevo essere la Jolie, chiaramente), come il capitalismo e il comunismo. Non so quante volte abbia fantasticato di mettere delle gocce di Guttalax nel loro caffè, ma mi stupisce molto che il Karma non mi abbia ancora sferrato il colpo di grazia con un attacco di dissenteria acuta. Ero gelosa perché avevo paura che il passato potesse portarmi via qualcosa, o meglio qualcuno, che consideravo “mio” (ragazze e ragazzi, badate bene: nessuno vi appartiene!) o che qualcun altro potesse essere meglio di me, che non ha alcun senso nel caso specifico delle ex perché si trattava di relazioni già finite prima del mio arrivo.
Ho litigato da sobria e brilla con i miei ex, ho lanciato oggetti, mi sono disperata, ho schiaffeggiato, ho offeso persone su Internet rischiando denunce e subito (nella maggior parte dei casi a ragione) diffamazioni a causa del mio comportamento.
Ero convinta che la gelosia e questa visione possessiva e soprattutto faticosa dell’amore fossero la norma. Soltanto dopo l’incontro con il mio fidanzato attuale, vari mesi di terapia e molta auto-riflessione sono riuscita a comprendere che il problema principale non erano né i miei ex (anche se un paio di essi avevano l’anima di Gargamella e l’acume di Willy il Coyote, ma dettagli) né le loro ex, ma io, e pian piano sto guarendo. Non controllo più cellulari altrui da tanto tempo, non faccio più ricerche online degne di un agente dell’Interpol, non penso costantemente a paragonarmi a qualcun altro e sono anche più clemente con i miei “peccati” (i bei ragazzi li noto anche io, suvvia, guardare è lecito).
Pian piano ho imparato a riconoscere il mio valore e mi sento molto più bella di quando avevo 18 anni, anche se probabilmente non lo sarò più come in quel periodo. Eppure, mi sentivo sempre brutta. Troppo poco spigliata. Troppo poco formosa. Troppo tutto e il contrario di tutto, oppure non abbastanza.

Sembra una frase riciclata dai Baci Perugina, ma è vera: prima di amare un’altra persona devi prima amare te stessa. Ho avuto (e ho tuttora, ma meno frequentemente) periodi dove alzarsi dal letto sembrava la scalata dell’Himalaya senza bombole d’ossigeno, dove prenotare un appuntamento dal medico pareva un’impresa epica e nessun discorso era veramente interessante, ma hey!, un paio di battute simpatiche, un sorriso finto e qualche domanda sapientemente scelta per sembrare interessante e interessata mi salvavano sempre dalla vera risposta alla fatidica domanda: “Come stai?”. Come ho già detto, niente di tutto questo era veramente legato ad amicizie o partner, anche se così sembrava in superficie, ma a un mio malessere interiore difficile da descrivere, soprattutto fra i 18 e i 22 anni. Non credo di avere avuto una depressione all’ultimo stadio, ma sicuramente non stavo bene. La mia testa non stava bene, e nessuno capiva che c’era bisogno di un rimedio, nemmeno io.
Anche adesso, ogni tanto, mi capita. Il mondo, spesso, sembra un posto maledettamente ostile. Sembra che nessuno ti capisca e che tutti vogliano sminuire questo dolore, che viene all’improvviso e ti rende inerme, senza una ragione precisa. Tutto è troppo e tutto è troppo poco. Tanti non capiscono che fare una terapia non significa necessariamente “essere matti”. E che cosa vuol dire “essere matti”, dopotutto? La società, spesso e volentieri, non accetta le tempeste interiori, eppure la depressione è una malattia molto diffusa. Si ritiene che ne soffra dal 10% al 15% della popolazione, con una frequenza maggiore tra le donne, anche se gli uomini commettono o tentano più frequentemente il suicidio. Secondo me questa statistica è legata alla mascolinità tossica che affligge la società e che causa anche in buona parte quasi tutti gli episodi di violenza contro le donne. L’immagine dell’uomo forte, insensibile, senza problemi e senza sentimenti profondi danneggia e lacera la psiche e la stabilità di molti individui di sesso maschile.
Non è solo la depressione a essere un male comune del mondo occidentale: disturbi d’ansia, attacchi di panico, patologie alimentari e fobie di varia natura sono tra i disagi psicologici più comuni.

Abbiamo tutto, eppure non basta. Non è il “tutto” a riempire il “niente”, a lenire il malessere e a ricucire i tagli. Non è il “tutto” a far breccia nell’oblio e non è il “tutto” a cicatrizzare le ferite.

Se state male, cercate di convincervi a fare una terapia o a fare due chiacchiere con una persona competente e del settore. E se conoscete qualcuno che sta male, piantatela di dirgli di uscire perché c’è il sole. Quando il sole manca dentro, è difficile recuperarlo, ma è possibile e andrà meglio, ve lo prometto. Ma bisogna farsi aiutare da professionisti competenti.

E mandare a giocare a biglie in autostrada i sapientoni insensibili.

Immagine in evidenza: (C) Roman Kraft

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3 Comments

  • Ashley
    Novembre 17, 2020 at 8:52 pm

    This must have been difficult to write, it is a courageous statement. Other peoples opinions should wash over us and not be absorbed through the skin! Each one of us is unique, a beautiful individual.

    Reply
    • camillavai
      Novembre 18, 2020 at 10:06 pm

      Thank you for your kind words, Ashley! Self-love is not always easy to practice and all in all it’s a long and pretty exhausting journey, but you’re right, every person is beautiful in her/his own way! 🙂 Thanks for sharing your thoughts!

      Reply
  • Gabriella Caiazza❀
    Novembre 26, 2020 at 2:28 pm

    Amarsi non è sempre facile…e spesso si fanno degli errori ma l’importante è riconoscerli e migliorarsi giorno per giorno, proprio come hai fatto tu😊❤

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