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The Social Dilemma: quanto potere hanno i social sulle nostre vite?

Ho iniziato a riflettere sul serio sul mio uso dei social media dopo aver guardato il documentario The Social Dilemma su Netflix. Sicuramente non è la prima volta che il mio uso di Instagram e Facebook mi appare esagerato, ma dopo aver sentito ex pezzi grossi di aziende come Google e Microsoft affermare che non avrebbero mai pensato che il frutto del loro lavoro e della loro genialità avrebbe avuto conseguenze così nefaste mi ha dato lo scossone decisivo per capire come mai Instagram e Facebook ricoprano un ruolo così importante, seppur in maniera così subdola, nella mia vita. Ho deciso di sfruttare i social per far rinascere il mio blog dalle ceneri e parlare di argomenti che mi stanno a cuore, quindi perché non incominciare con le mie cattive abitudini online?

La nostra dipendenza da likes e commenti è inquietante: a quanti di voi è capitato di cancellare una foto postata da poco perché aveva ricevuto pochi “mi piace”, facendo traballare ulteriormente la propria sicurezza molto spesso tutt’altro che solida? Quanti di voi cercano disperatamente il cellulare frugando come scimmie impazzite nelle tasche dei pantaloni e delle giacche quando si accorgono di non averlo a portata di mano?

In realtà, il problema è molto più complesso: gli algoritmi dei social sfruttano le nostre vulnerabilità per raccogliere più dati possibili per fini commerciali e, purtroppo, anche politici (se vi interessa l’argomento potete fare una breve ricerca su Google riguardante Donald Trump e Cambridge Analytica, in caso non ne abbiate ancora sentito parlare). Attraverso i social media le cosiddette fake news si diffondono a macchia d’olio perché persino le persone più inesperte sono convinte di avere trovato la vera fonte d’informazione e l’El Dorado della verità sulla loro pagina Facebook. Tutto ciò dipende semplicemente dagli algoritmi su cui è basato il sistema: sulla tua homepage troverai prevalentemente notizie che combaciano con le tue ricerche e con i tuoi like precedenti, facendoti credere che tutti condividano la tua opinione e che tu abbia ragione, anche se la realtà, molto spesso, è completamente diversa.

Anche la vita quotidiana è controllata dai social: le persone muoiono per farsi un selfie. No, non intendono che muoiono dalla voglia di scattarsi una foto carina: muoiono letteralmente, le loro povere anime vengono trasportante da Insta_Caronte negli inferi di una realtà senza filtro Nashville che nasconde le rughe, dove sono destinate a una lunga agonia priva di hashtag e Facetune per ritoccare i brufoli. Nel 2017 ben 93 persone hanno perso la vita per una foto da postare su Instagram. Bizzarro e macabro, non credete?
I chirurghi plastici raccontano che tantissimi/e clienti vogliono farsi operare per far sì che i loro visi assomiglino di più ai filtri di Snapchat, che snelliscono, raddrizzano i nasi, eliminano le imperfezioni della pelle, ingrandiscono e illuminano gli occhi e chi più ne ha più ne metta. Anche gli incidenti stradali aumentano in modo esponenziale a causa dell’uso dei telefoni cellulari al volante.
Inoltre, anche il nostro benessere e la nostra salute mentale sono tremendamente influenzati da ciò che vediamo in rete. Quello della cosiddetta mental health è un concetto molto importante nel momento storico che stiamo vivendo, ma la salute mentale di adolescenti e giovani donne e uomini è stata gravemente minata dai social media, che mostrano immagini di vite patinate e corpi perfetti, distanti anni luce dalla realtà di rotolini, ciccia superflua, brufoli e peluria in eccesso, cioè di corpi umani assolutamente nella norma.

Diciamo pure che queste non sono novità: se siete abbastanza tech savvy, termine molto in voga al giorno d’oggi, sarete già al corrente di quello di cui sto parlando.
Ciò che trovo ancora più divertente e allarmante allo stesso tempo sono i nuovi trend di Instagram e ce ne sono un paio che prima della mia pausa social auto-inflitta (che continuerò, dato che prossimamente ho intenzione di postare soltanto contenuti riguardanti questo blog) mi sono saltati all’occhio e mi fanno sorgere qualche domanda.

Ho iniziato a detestare le foto dei bambini su Instagram. Ci sono mamme che postano ogni millesimo di secondo della vita dei loro poppanti: sappiamo come si chiamano, dove vanno all’asilo, conosciamo la loro espressione quando fanno la cacca sul vasino, li vediamo sbrodolati, sporchi, felici, piangenti e dormienti, con i capelli imbalsamati nella pappa e il naso che cola moccio a tutto spiano. Ci sono persino tantissime mamme blogger che utilizzano i propri (ovviamente ignari) figli per promuovere vari oggetti e brand, molto spesso di dubbio gusto, e ovviamente guadagnare un sacco di soldi. Ora: io non ho niente contro il guadagno altrui, anzi. Se riesci a postare contenuti coinvolgenti e a collezionare una collaborazione dopo l’altra, buon per te. Ma ti piacerebbe se uno dei tuoi parenti postasse su Instagram una foto mentre ti scaccoli di nascosto, mentre dormi sbavando sul cuscino o mentre liberi il tuo intestino dalle scorie, magari guadagnandoci del denaro a tua insaputa? Non credo proprio.

Un’altra tendenza proveniente dal mondo anglosassone che spopola al momento è quella dei cosiddetti gender reveal parties.
“Una mamma in dolce attesa, un papà emozionato e una torta con la glassa messa davanti a loro sul tavolo e pronta per essere tagliata davanti a parenti e amici, che scopriranno insieme a loro il sesso del nascituro in base al colore ripieno: rosa se sarà una femminuccia, azzurro se sarà un maschietto. Benvenuti al “gender reveal party” […].”, scrisse Simona Marchetti in un articolo del Corriere.it del 30 aprile 2012. Adesso queste feste hanno raggiunto tutt’altre dimensioni: a fine ottobre dell’anno scorso una donna di 56 anni è morta in Iowa dopo che i detriti volanti di un’esplosione di una bomba a tubo fatta in casa, destinata a rivelare il sesso del/la nascituro/a, l’hanno colpita alla testa.

A parte i pericoli che si possono incontrare costruendo razzi, petardi o fumi colorati raffazzonati, nel 2020 c’è davvero bisogno di dividere il mondo maschile e quello femminile secondo lo schema rosa = femminuccia e blu = maschietto? E se l’infante inconsapevole, un giorno, fosse agender o gender fluid? Bisogna che le bambine siano per forza principessine rosa tutte fronzoli e i bambini appassionati di armi e macchinine circondati da tonalità celesti? È davvero necessario festeggiare il sesso biologico di un embrione non ancora nato con amici e parenti e condividere questo momento con tutto il world wide web?

Un’ulteriore chicca che ho notato su parecchie biografie Instagram di profili prevalentemente femminili è l’aggiunta di un emoji di un anello di fidanzamento con tanto di data annessa, del tipo:

💍 Bride to be – June 2021
💍 Future Mrs. Brown
💍 happily engaged to the most wonderful man on Earth

e chi più ne ha più ne metta.

Giuro che sto cercando di non essere troppo cinica e sono sinceramente contenta per tutti/e coloro che hanno una relazione sana e felice e non vedono l’ora di sposarsi. Lo giuro!
(In realtà ho qualche problemino con quelli che si vogliono per forza sposare in chiesa perché “ma è più bello!” e/o “così vuole la tradizione”, quando in chiesa non ci mettono mai piede se non per il funerale di zio Pino e pensano che i crocifissi siano degli appendiabiti all’avanguardia o dei tatuaggi molto fashion da esibire sulle dita, ma dettagli. L’ipocrisia mi urta sempre, ma ne parleremo in un altro post, altrimenti andiamo fuori tema e poi mi metto a inveire contro il clero e contro le tradizioni inutili e non ne usciamo vivi).

Anch’io sono fiera del mio ragazzo e se qualcuno mi chiede se stiamo insieme sono felice di poter rispondere affermativamente. Ma dopo anni e anni di lotte per l’emancipazione e con un pullulare di tematiche femministe nel panorama mediatico odierno trovo un po’ riduttivo definirsi soltanto future brides come un qualcosa di cui andare fiere e da sventolare ai quattro venti, manco foste le vincitrici di un Nobel per la fisica. A mio umile avviso, si può essere fieri di avere una relazione talmente bella che culmina in un passo importante come un matrimonio o una famiglia, ma non di un diamante da esibire su Instagram. Perché, in fondo, si tratta proprio di questo: probabilmente non si scrive bride to be mostrando l’anello di fidanzamento perché si è fiere della relazione in sé, ma per sbandierare un certo stile di vita e vantarsi di una certa agiatezza.

Ora, però, tocca a voi: che cosa fate per moderare il vostro consumo e la vostra dipendenza da social media? Che cosa trovate fantastico riguardo a Facebook e Instagram e che cosa vi urta di più? E soprattutto, se non siete d’accordo con me fatemelo sapere, scrivetemi nei commenti o mandatemi un segnale di fumo o una mail all’indirizzo info@camillavai.com oppure, come direbbero i rapper americani, slide in my DMs (il mio nickname di Instagram è camilla.vai, lo so che sembra paradossale, ma i dibattiti interessanti sono forse il più grande vantaggio dei social). Le discussioni costruttive sono sempre ben accette!

P.S. Giuro che non mordo, anche se ogni tanto do quest’impressione!

Foto in evidenza: (C) Camilo Jimenez

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8 Comments

  • wwayne
    Ottobre 27, 2020 at 9:39 am

    La Netflix ci ha regalato anche il divertentissimo “Come ti ammazzo il bodyguard”: l’hai visto?

    Reply
    • camillavai
      Ottobre 27, 2020 at 2:34 pm

      Ancora no, l’ultima serie che ho visto è Criminal, ma dopo le puntate British molto riuscite sono rimasta un po’ delusa dal resto 🙂

      Reply
  • […] enormemente la visibilità e l’arroganza dei cospiratori. Se volete sapere perché, cliccate qui.– Il terzo gruppo è quello degli “opinion leader”, che si costruiscono una visione del […]

    Reply
  • […] i miei pensieri riguardanti gli effetti dei social media sulla psiche di giovani e meno giovani nel mio primo post, ma oggi vorrei approfondire l’argomento soprattutto parlando della mia esperienza personale. È […]

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  • Gabriella Caiazza
    Novembre 11, 2020 at 10:01 am

    Ho letto i tuoi articoli e…non riuscivo più a smettere di ridere!
    Mi piace molto il tuo modo di scrivere.
    Comunque sì, è vero che al giorno d’oggi i social influenzano il nostro modo di pensare, e la nostra società non è abbastanza forte per ammetterlo!
    Complimenti per il blog 🙂

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    • camillavai
      Novembre 11, 2020 at 1:46 pm

      Ciao Gabriella, grazie di cuore per i complimenti, mi fanno tanto piacere! 🙂 Hai ragione, bisognerebbe riflettere spesso sulle nostre dipendenze e comportamenti sbagliati, ma purtroppo mettersi in giorno in questo senso è spesso molto faticoso… comunque anche il tuo blog mi piace tanto, stasera dopo il lavoro leggerò per bene i tuoi ultimi post! Un bacio 🙂

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